Curiosità
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Curiosità


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La Donna nel tango

Qualcuno ha detto che la donna nel tango, di cui è seconda regina dopo la nostalgia, è lontana non perchè irraggiungibile, come in tante poesie, ma perchè già raggiunta. Ciò che ci avvicina sono le parole, gli sguardi, perfino i silenzi, si sa, i soli corpi possono stare l’uno dentro l’altro ed essere a distanze siderali. Lo sanno bene gli uomini soli di Buenos Aires che spesso, nei decenni a cavallo fra l’ottocento e il novecento, sono troppo poveri per portarsi oltreoceano le famiglie e cosi vanno a ballare con le prostitute. Dentro ogni tango c'è una donna. Il mondo dei Bordelli o dei locali più infimi dell’Arrabal (periferia) è dunque strettamente legato all’adolescenza del tango. Le donne che ci vivevano, anch’esse probabilmente disperate come i tanti emigrati che li frequentavano, trovavano forse un motivo di svago e di divertimento nel ballo, a dispetto del pessimo “lavoro” che facevano. Immagini ormai cosi lontane dagli standard attuali di bellezza e seduzione. Un tuffo in quel passato di case chiuse, tappeti e sofà, grammofoni e fiori, luci soffuse e musica… quale musica? 
Il Tango ovviamente.

La Censura nel Tango

La censura del Tango non può considerarsi come un fatto isolato, bensì fa parte di una condanna generalizzata dell'apparizione di innovativi balli popolari nel nuovo Mondo, a partire dalla fine del secolo XVIII. La chiesa, i governanti e l'alta società si allarmarono per il deterioramento delle buone abitudini e l'ordine stabilito, provocato da questi balli condannabili per il loro contenuto di erotismo, sessualità, provocazione, promiscuità, miscuglio razziale e basso livello sociale delle persone che li praticavano all'inizio. 
In Argentina le differenti proibizioni e censure del tango incominciano approssimativamente dal suo inizio a Buenos Aires nel 1870 e sono durate fino al 1946, abolite finalmente dal Generale Juan Domingo Perrón. Questo periodo è stato segnato chiaramente da 2 periodi di censura: il primo contro il tango-ballo, dopo il secondo contro i testi del tango-canzone, ma mai contro il tango-musica. In Europa, a partire dal 1900, l'espansione del Tango fu impressionante e rapida, essendo adottato immediatamente dalle classi medie ed alte del Vecchio Continente; questo in un'epoca di affanno di liberazione, pre e dopo guerra mondiale, di rinnovazione e divertimento. Non c'è dubbio che il Tango, per la sua sensualità, era una novità mai immaginata, anche considerando lo sfacciato "Cancán" francese o i balli arrivati dagli Stati Uniti (Charlestón, One-Step, Swing etc.). 
Anche le sue condanne e censure verbali, principalmente dalla chiesa cattolica e protestante, apparvero immediatamente e con forza, ma solamente contro il Tango-ballo, e questo fu alimentato costantemente dai giornalisti di prima pagina nella stampa, stazioni radio e cinema-informativi. La grande sorpresa in relazione alla censura del tango, a livello internazionale, è che tutto fu in forma verbale per commenti, raccomandazioni, critiche, condanne etc. è difficile trovare documenti legislativi, regolamentazioni, ordinanze o regolazioni al riguardo. Oggi si può dire che il Tango è stato in tutto il mondo accettato e riconosciuto come musica e ballo di gran prestigio artistico. Tuttavia è ancora censurato da certi settori politici e religiosi radicali del Medio-oriente, come alcune sette chiuse al mondo occidentale. Oggi molti si domandano: Cosa sarebbe stato del Tango senza le implicazioni di una censura? Quello che è certo è che i suoi protagonisti hanno dovuto lottare contro questa censura, ma quello che ha prodotto è una grande evoluzione artistica, nella musica, nel ballo e nei testi. D'altra parte non si può negare che l'immensa polemica a livello internazionale ha contribuito ad alimentare una massiccia propaganda per il tango contribuendo al suo enorme successo. . 

 È nell’ambito ecclesiastico dove si verifica la principale attività di condanna del tango. Sebbene è certo che in nessun documento appaiono dichiarazioni esplicite del Papa sul tema, lo è anche che il Vicario di Roma alzò la sua voce contro la novità scandalosa. In una pastorale inviata ai parroci di Roma commenta la notizia - ricevuta "con vivo dolore" - dell'introduzione di "una danza che, venuta da oltremare, costituisce un grave oltraggio al pudore, essendo stata per questo stesso motivo già condannata da tanti illustri vescovi e proibita anche in tanti paesi protestanti", e si consulta il clero sull'atteggiamento di condanna da adottare davanti a questo fatto. "L'Osservatore Romano", organo ufficiale del Vaticano, pubblica che "con saggio consiglio, l'autorità ecclesiastica deplora la depravazione delle abitudini a Roma, non solo per la recente introduzione di danze nuove; dicono dall'Argentina che lì, per informazioni ricevute, sono giustamente incriminate e costituiscono le delizie solo dei bassi fondi della società, e per altrettante forme di indecente licenza” . Pertanto sebbene è certo che oggi è difficile trovare scritti di censura contro il tango, disposizioni, ordini, condanne, punizioni etc., dalle differenti religioni, non c’è alcun dubbio che esistessero forti condanne e raccomandazioni morali ai fedeli da parte di numerosi preti a livello di ogni singolo paese.

Si fa notare che è precisamente in Argentina che appaiono fin dalla sua nascita le prime censure al tango, l'ultima abolita nel 1946 dal General Perón, su richiesta di illustri poeti e musicisti. In una prima fase la censura si rivolse contro il Tango-ballo "prostibular", come conseguenza della rigidità morale ed intellettuale dell'alta società chiamata "gente decente", del rifiuto del nuovo e della preservazione delle buone abitudini. In realtà non è tanto il tango che si censurava, bensì i suoi protagonisti. Il tango invece si evolveva velocemente, riscattando i suoi veri valori come "sentimento, illusione, emozione, passione", eliminando espressioni di sessualità, volgarità, indecenza e violenza. Nel ballo non erano decenti alcuni passi definiti come “corte” e “quebrada” (particolari passi di tango) , la promiscuità delle ballerine, e certi stili nel ballare che rasentavano l'oscenità. Monsignor Gustavo Franceschi scrisse sulla rivista "Maschera" nel 1936 per dell'arrivo del cadavere di Carlos Gardel in Argentina: "… (Gardel) usò tutta la sua intelligenza, che non era stata mai coltivata, che era perseverante ma corrotta, per migliorare i suoi mezzi di espressione. Non concepiva cosa più alta di quella che fece. Nessuno deve recriminargli la sua scarsità di valori perenni; ma è insultare l'Argentina il presentarlo come simbolo finito del suo ideale artistico. Non ci si dimentichi che l'amoralismo simbolizzato da un Gardel qualunque, è anarchia nel senso più stretto della parola. Si tenga presente che il disprezzo per il lavoro normale, per la casa onesta, la vita pura; l'inno alla donna persa, al gioco, alla sbornia, alla pigrizia, alla pugnalata, è distruzione dell'intero edificio sociale." Altri personaggi, come gli intellettuali e scrittori, Leopoldo Lugones, Enrique Larreta, (che sosteneva che il tango risveglia idee spiacevoli) e Carlos Ibarguren avevano condannato già certi passi e figure, affermando che il tango non è argentino, è semplicemente un prodotto ibrido del sobborgo porteño. Nel caso di Lugones ricordiamo che appoggiò il colpo militare del 6 settembre del 1930 che abbattè Hipólito Irigoyen e diede inizio alla parte peggiore della storia Argentina. Lugones disse del tango “quel rettile di postribolo". Enrique Cadìcamo.

La censura, soprattutto quella esercitata dal potere, è un riflesso della paura delle classi dominanti,
che sospettano dietro le novità o abitudini diverse,
si nasconda la possibilità di richiami, proteste e problemi, portando all'ingovernabilità con relativa perdita dei propri privilegi.

Trilussa

Trilussa 1914

Er Papa nun vo’ er Tango 
perchè, spesso, er cavajere spigne 
e se strufina 
sopra la panza de la ballerina 
che su per giù, se regola lo stesso. 
Invece la Furlana è più carina: 
la donna balla, l’omo je va appresso, 
e l’unico contatto chè permesso 
se basa sur de dietro de la schina. 
Ma un ballo ch’è der secolo passato 
co’ le veste attillate se fa male: 
e er Papa, a questo, mica cià pensato; 
come voi che se movino? 
Nun resta che la Curia permetta in via speciale, 
che le signore s’arsino la vesta

Ardo de Lunfardo

Ardo de lunfardo
ma fa troppo cardo
pe parlà lombardo
mezzo genovese
pieno de pretese
d'esistenze tese.
Nun me ce ritrovo
ner dialetto novo anche se ce provo.
E' n parlare antico
che fa molto fico
ma poi che te dico...
Mejo che ballamo e se
c'arrangiamo forse poi je damo.
Ardo de lunfardo
puro nello sguardo ma fa troppo cardo.


F. Dell'unto

Gli adornos

Gli adornos fanno la differenza.
La differenza tra la seguidora attiva e la seguidora passiva.
Tra un ballare trascinato e uno partecipato, tra una partner qualsiasi e la mujer.
Gli adornos sono una conquista, possono essere imparati quando si è fatto piazza pulita dei problemi di base, quando nella testa e nelle gambe “avanza del tempo”, quando non c’è più l’assillo del fare la cosa giusta al momento giusto.
E’ lì che la donna può inventare e può finalmente svincolarsi dal compito di dover seguire il maschio.
E’ lì che la donna crea il suo tango.
La seguidora attiva la si vede con un ballerino esperto.
Adornos, sono anche quei movimenti di abbellimento che spesso molti ballerini esercitano in milonga con ballerine esperte.
Sono la cifra della maturità, della destrezza e della consapevolezza in una coppia nel tango.



Ada Falcon

20 anni, bellissima, ricca e talentuosa, è un soprano e "emperatriz del tango", eccentrica e libera come solo le donne degli anni ruggenti seppero essere, conobbe e stregò in un tutt'uno Francisco Canaro: grandissimo e ... ricchissimo musicista , sposato con “la francese”, lui aveva vent'anni più di lei. Per 10 anni la loro storia d'amore occupò i rotocalchi dell'epoca, fino a quando nel 1937 Ada chiese a Francisco di divorziare.
Canaro, dopo aver consultato il suo legale e scoperto che divorziando avrebbe dovuto dividere il suo patrimonio, capì che non l’avrebbe mai fatto e rifiutò. Lei impazzì per il dolore ed entrò in convento all'età di trentasette anni, uscendone a 97 e morendo in assoluta povertà. Solo nel 1945 comparse un'unica volta in una sala di audizione, dove, da dietro una tenda cantò "Corazon Encadenado" suggellando il definitivo addio a Francisco, che aveva tra l'altro inciso per lei questo tango. Te Quiero todavia è il testamento della sua anima: "ti voglio bene nonostante tutto". Ironia della sorte Lui morì a settant'anni dopo aver diviso il patrimonio con il figlio avuto da una sua canzonettista.

Tango
Musica:
Francisco Canaro
Testo:
Ivo Pelay

Sé que todos dicen que ya te he olvidado...
Sé que piensan todos, que mi amor ha muerto...
Sé que todos creen que, de aquel pasado;
que, de tus caricias, ya no hay ni un recuerdo.
Sé que, como todos, crees en mi olvido,
sin saber que vivo solamente para ti,
frente a tu recuerdo, con tu imagen ante mí.

Si preguntas a la noche,
te dirá por quién deliro;
si preguntas a los aires,
te dirán por quién suspiro.
Murmurar tu nombre, me oye el ave,
y las horas saben mi alucinación.
Vivo prisionero de tus negros ojos,
que han encadenado a mi pobre corazón.

Sé que para el mundo, todo ya ha pasado...
Sé que se murmura que ya no te quiero...
Sé que, como todos, piensas que he borrado
de mis pensamientos esos juramentos.
Sé que el vaso rojo de tu boca fresca
lucirá el aroma del recuerdo y la emoción,
que encerró aquel beso que ocultara tu balcón...




In Milonga

E’ molto difficile sapere come comportarsi nelle milongas, se non sappiamo come attirare o segnalare il nostro interesse al partner.
Per esempio, a Buenos Aires, non è educato avvicinarsi a un tavolo per invitare qualcuno a ballare.
Questo comportamento è un errore dovuto alla vostra inesperienza.
Probabilmente il vostro invito verrà rifiutato.
Allo stesso modo, se qualcuno si avvicina al vostro tavolo e vi invita a ballare, saprete subito di avere di fronte un principiante, dal momento che non utilizza i codici tradizionali.
O peggio, un opportunista che cerca di approfittare della vostra inesperienza.
La maggior parte delle milongas hanno un codice complesso e attirare l'attenzione di un partner dipende dal momento, dal contatto con gli occhi e dai segnali sottili e di discernimento di chi è in sala.
E’ divertente quando si può giocare, ma è molto scoraggiante per i nuovi arrivati.

Ti auguro Tempo

Ti auguro Tempo
(di Elli Michler)                                        
                              
“Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non
solo per te stesso,ma anche per donarlo agli altri.
ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno , ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita”. tempo per trovare te stesso.

La Musica

La musica è una legge morale,
essa da un’anima all’universo,
le ali al pensiero,
uno slancio all’immaginazione,
un fascino alla tristezza,
un impulso alla gaiezza
e la vita a tutte le cose.
Essa è l’essenza di tutte le cose,
essa è l’essenza dell’ordine
ed eleva ciò che è buono,
di cui essa è la forma invisibile, 
ma tuttavia splendente,
appassionata ed eterna.



Platone, da I Dialoghi

Terminologia

RONDA... E' la direzione di ballo, il movimento dato da tutte le coppie che si muovono sulla pista. Nel tango si segue una direzione antioraria, occupando la parte esterna della pista o, se questa è completamente piena, quella adiacente guardando verso il centro, come se fossero le corsie di una pista di atletica. I ballerini più bravi riusciranno a stare nella parte più esterna della pista mentre i principianti nella parte centrale. RONDA anche un sogno che i ballerini hanno quando si apprestano ad entrare in una (milonga). Diversa seppur ordinatissima è la Ronda rappresentata in foto.

 CORTINA... non è una ballerina di bassa statura.

 MUSICALIZADOR... non è lo sfigato che porta i dischi e non balla.

Il musicalizador è il DJ del Tango, ossia la persona che determina in grandissima parte la buona riuscita o meno della serata. ll musicalizador è una specie mediatica, è il tramite tra la musica e la comunità tanguera. Contribuisce in modo determinante a creare le condizioni favorevoli per un perfetto accoppiamento milonguero, mediante la scelta musicale, il dosaggio, il tempismo, il sentimento empatico dei ballerini, della pista, della serata, del momento. Secondo alcune teorie d’oltreoceano il bravo musicalizador deve saper interpretare e guidare l’energia della milonga, ha il compito di creare un’onda musicale, un flusso di coscienza tanguera in cui sono immerse le anime e i corpi dei tangueri, un’onda composta dai ballerini stessi che può diventare tempestosa o cullante sotto il vigile controllo della sua volontà... A questi contribuisce la buona presenza di Tanguèri/e che, con la loro esperienza rendono la serata di ottimo livello. 


  MIRADA...non precede obbligatoriamente un omicidio.foto di Nicola Il Gaz.
CABECEO...viene dalla parola cabeza: testa. E' un leggerissimo movimento di assenso in risposta alla mirada. 
Diversa è la cabesada spesso usata nelle pratiche da bellerini poco esperti.


 TANDA... E' l'insieme dei brani che vengono proposti senza alcuna interruzione. Una tanda è divisa dall'altra dalla cortina musicale. Una tanda di tanghi normalmente è formata da quattro brani mentre quella di vals e di milonghe da tre.

 

Il Lunfardo

Il lunfardo è una serie di vocaboli che l’abitante di Buenos Aires, il porteño, utilizza in opposizione alla lingua comune, lo spagnolo castigliano. I suoi inconsci inventori sono stati i milioni di immigranti, soprattutto italiani, che a metà dell’800 sono sbarcati nella capitale argentina, e lì si sono fermati in cerca di fortuna. Quando arrivarono l’unica lingua conosciuta era quella delle regioni da dove provenivano, in una babele fonetica e sintattica dove la parlata araba, greca, napoletana, toscana, spagnola, genovese si confondeva l’una all’altra, aggrovigliandosi e deformandosi. Tutti cercavano di trovare un modo per farsi comprendere, perdendo poco a poco le leggi della propria lingua senza trovare quelle del paese che li accoglieva. A livello linguistico l’unico problema era quello di farsi capire, qualsiasi fosse l’idioma parlato. Dal primo sforzo nacque il cocoliche, il linguaggio di transizione parlato dagli immigranti. Dal secondo sforzo, quello fatto dei figli degli immigranti, derivò il lunfardo. L’origine della parola sarebbe il termine “lombardo”, natio della regione Lombardia. In un vocabolario romanesco del 1967 si trova: lombardà, lombardare, rubare, lombardo ladrone. Anche in dizionari della fine dell’800 spagnoli e francesi “lombard” era il termine per definire gli usurai. Probabilmente l’associazione di idee deriva dal fatto che i lombardi si dedicavano ad attività finanziarie, di prestatori di denaro contro garanzia di merci, ovviamente con richiesta di tassi di interessi molto alti. La base del lunfardo è rappresentata dai dialetti parlati nel nord dell’Italia: principalmente il piemontese, il veneto, il genovese ed il lombardo. Nel primo elenco conosciuto di parole in lunfardo, compilato nel 1879 in una articolo del giornale La Nación, su 53 vocaboli presentati ben 24 erano di origine genovese. L’immigrazione da questa zona dell’Italia non fu più numerosa rispetto a quella di altre regioni. Il fatto importante è che si concentrò nel porto de La Boca. Alla fine del XIX secolo gli abitanti di questo barrio di Buenos Aires parlavano il genovese, e addirittura erano presenti dei bambini nati in Argentina che ignoravano completamente lo spagnolo o comunque per i quali questa era una seconda lingua e non quella materna. Il lunfardo non è l’unico modo di parlare che si è sviluppato sulla struttura dello spagnolo parlato nella regione di Buenos Aires; lo sono anche il gauchesco, il cocoliche. Il gauchesco in realtà è qualcosa di più di un semplice vocabolario. Si tratta di una serie di espressioni arcaiche e regionali spagnole che si acclimatarono e riuscirono a persistere nella campagna bonaerense. E’ uno stile, un insieme di tratti caratteristici di comportamento, un modo particolare di parlare e scrivere, è tutto ciò che può essere definito uno stile campestre. E’ il modo di comportarsi e di parlare del gaucho, cavallerizzo delle interminabili distese della pampa, che è a contatto con la natura, con gli animali, che è furbo e credulone, che guarda la metropoli dal suo paese di campagna con un misto di paura e sdegnoso rifiuto. Il cocoliche è la parlata di transizione utilizzata dagli immigranti italiani che arrivarono in Argentina alla fine del XX secolo. Non è un’imitazione della lingua madre italiana ma è bensì un gergo ibrido e grottesco che utilizzavano alcuni italiani mescolando la lingua madre con lo spagnolo. Questa parlata aveva molte varianti a seconda dell’origine della persona, il suo grado di cultura, la sua facilità ad adeguarsi alla nuova lingua. Ci fu quindi il cocoliche genovese, calabrese, napoletano. Il termine cocoliche è il nome di una maschera carnevalesca che interpretava l’italiano argentinizzato. Una leggenda da sfatare, come molte altre riguardanti il tango, è quella che colloca la nascita del lunfardo nelle carceri o nei postriboli, e gli dà una giustificazione molto riduttiva, il non farsi comprendere dalla polizia, rispetto allo stupefacente risultato di un tentativo di fusione tra culture diverse. L’equivoco, in cui cadde anche il grande scrittore Borges, è dovuto al fatto che i primi compilatori di dizionari in lunfardo, furono persone che avevano l’esigenza di comprendere il lunfardo per la funzione di polizia che svolgevano. Per questo motivo appresero il lunfardo dalla bocca di delinquenti e detenuti e si concentrarono su quei termini che traducevano e descrivevano azioni malavitose. Si può invece affermare che una volta creato, il lunfardo ebbe come suo grande protagonista non il delinquente, ma un personaggio tipico della Buenos Aires tra la fine del 1800 ed inizi del 1900: il compadrito. Questi era uno sbruffoncello attaccabrighe, donnaiolo e seduttore che prese dal vocabolario degli immigranti, soprattutto italiani, un gran numero di vocaboli per arricchire la sua parlata. Più in là del proposito di farsi comprendere, si utilizzò il lunfardo, e si continua ad utilizzarlo, come una credenziale di appartenenza ad un settore sociale determinato, e precisamente il settore sociale composto da gente che, nativa o immigrante, coltivava come specialissima attitudine il coraggio fisico.

Si, No, Forse... però piace


Bebe -
Siempre Me Quedará Cómo decir que me parte en mil 
las esquinitas de mis huesos, 
que han caído los esquemas de mi vida 

ahora que todo era perfecto. 
Y algo más que eso, 
me sorbiste el seso y me decían del peso 
de este cuerpecito mío 
que se ha convertío en río. 
de este cuerpecito mío 
que se ha convertío en río. 
Me cuesta abrir los ojos 
y lo hago poco a poco, 
no sea que aún te encuentre cerca. 
Me guardo tu recuerdo 
como el mejor secreto, 
que dulce fue tenerte dentro. 
Hay un trozo de luz 
en esta oscuridad 
para prestarme calma. 
El tiempo todo calma, 
la tempestad y la calma, 
el tiempo todo calma, 
la tempestad y la calma. 
Siempre me quedará 
la voz suave del mar, 
volver a respirar la lluvia que caerá 
sobre este cuerpo y mojará 
la flor que crece en mi, 
y volver a reír 
y cada día un instante volver a pensar en ti. 
En la voz suave del mar, 
en volver a respirar la lluvia que caerá 
sobre este cuerpo y mojará 
la flor que crece en mi, 
y volver a reír 
y cada día un instante volver a pensar en ti. 
Cómo decir que me parte en mil 
las esquinitas de mis huesos, 
que han caído los esquemas de mi vida 
ahora que todo era perfecto. 
Y algo más que eso, 
me sorbiste el seso y me decían del peso 
de este cuerpecito mío 
que se ha convertío en río. 
de este cuerpecito mío 
que se ha convertío en río. 
Siempre me quedará 
la voz suave del mar, 
volver a respirar la lluvia que caerá 
sobre este cuerpo y mojará 
la flor que crece en mi, 
y volver a reír 
y cada día un instante volver a pensar en ti. 
En la voz suave del mar, 
en volver a respirar la lluvia que caerá 
sobre este cuerpo y mojará 
la flor que crece en mi, 
y volver a reír 
y cada día un instante volver a pensar en ti.

Volano le libellule, 
sopra gli stagni e le pozzanghere in città, 
sembra che se ne freghino, 
della ricchezza che ora viene e dopo va, 
prendimi non mi concedere, 
nessuna replica alle tue fatalità, 
eccomi son tutto un fremito ehi. 

Passano alcune musiche, 
ma quando passano la terra tremerà, 
sembrano esplosioni inutili, 
ma in certi cuori qualche cosa resterà, 
non si sa come si creano, 
costellazioni di galassie e di energia, 
giocano a dadi gli uomini, 
resta sul tavolo un avanzo di magia. 

Sono solo stasera senza di te, 
mi hai lasciato da solo davanti al cielo 
e non so leggere, vienimi a prendere 
mi riconosci ho le tasche piene di sassi. 

Sono solo stasera senza di te, 
mi hai lasciato da solo davanti a scuola, 
mi vien da piangere, 
arriva subito, 
mi riconosci ho le scarpe piene di passi, 
la faccia piena di schiaffi, 
il cuore pieno di battiti 
e gli occhi pieni di te. 

Sbocciano i fiori sbocciano, 
e danno tutto quel che hanno in libertà, 
donano non si interessano, 
di ricompense e tutto quello che verrà, 
mormora la gente mormora 
falla tacere praticando l'allegria, 
giocano a dadi gli uomini, 
resta sul tavolo un avanzo di magia. 

Sono solo stasera senza di te, 
mi hai lasciato da solo davanti al cielo 
e non so leggere, vienimi a prendere 
mi riconosci ho un mantello fatto di stracci. 

Sono solo stasera senza di te, 
mi hai lasciato da solo davanti a scuola, 
mi vien da piangere, 
arriva subito, 
mi riconosci ho le scarpe piene di passi, 
la faccia piena di schiaffi, 
il cuore pieno di battiti 
e gli occhi pieni di te. 

Sono solo stasera senza di te, 
mi hai lasciato da solo davanti al cielo 
vienimi a prendere 
mi vien da piangere, 
arriva subito, 
mi riconosci ho le scarpe piene di passi, 
la faccia piena di schiaffi, 
il cuore pieno di battiti 
e gli occhi pieni di te

Maruzzella, Maruzzè' 
t'hê miso dint'a ll'uocchie 'o mare
e mm'ê miso 'mpiett'a me
nu dispiacere... 
Stu core mme faje sbattere
cchiù forte 'e ll'onne
quanno 'o cielo è scuro
Primma me dice si
po', doce doce, mme faje murí 

Remedios, niña pequeña, chiquita, hermosa, preciosa
Linda niñita quedada así,
sentada en la orilla del mar 
y las manos llenas de perlas 
el sol en tu frente y en la sonrisa

blanca orquidea, alma y paloma 
y la alegría, tú cantas consuelo, 
tú cantas esperanza, tú cantas remedios, 
espera que un día yo pueda decirte: 
“te quiero pequeña, chiquita, preciosa, 
hermosa, piccola, piccola, pico, pico, pico…”

Tu historia, una vez, nos la contó, 
dios, tu hermanito con su guitarra, 
tú estabas dormida baja la luna, 
tú estabas feliz, pequeña Remedios,

espera que un día yo pueda decirte: 
“te quiero, pequeña, chiquita, preciosa, 
hermos, piccola, piccola, piccola, 
piccola, pico, pico, pico…”



Focu di Raggia
Testo: Carmen Consoli
Musica: Goran Bregovic

Dicevi ca
L’amuri miu è galera
Ora si ‘ncatinatu ‘nta sti ranni vaji
Non fu pi dinaru
Ne’ pi dispettu
Focu di raggia a lu pettu
Raggia

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è?
Fossi fossi pirchì
Avi la vesti stritta
Ca ci avvampa , maliritta!
Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è
Fossi fossi pirchì
‘nte minni ventu furria
e ‘ntra li cosci mavaria

Pinsannu a tia
Passu li me jurnati
Sula dintra stu lettu abbruciu ju
Lu cori to’ è marturiatu
È ‘ntrubbulatu
Idda ti ferma lu ciatu
Raggia

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è?
Fossi fossi pirchì
Avi la vesti stritta
Ca ci avvampa , maliritta!
Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è
Fossi fossi pirchì
‘nte minni ventu furria
e ‘ntra li cosci mavaria


Con una rosa hai detto vienimi a cercare 
tutta la sera io resterò da sola 
ed io per te 

muoio per te 
con una rosa sono venuto a te 

bianca come le nuvole di lontano 
come la notte amara passata invano 
come la schiuma che sopra il mare spuma
bianca non è la rosa che porto a te 

gialla come la febbre che mi consuma 
come il liquore che strega le parole 
come il veleno che stilla dal tuo seno 
gialla non è la rosa che porto a te 

sospirano le rose nell'aria spirano 
petalo a petalo mostrano il color 
ma il fiore che da solo cresce nel rovo 
bianco non è il dolore 
rosso non è l'amore 
il fiore solo è il dono che porto a te 

rosa come un romanzo di poca cosa 
come la resa che affiora sopra al viso 
come l'attesa che sulle labbra pesa 
rosa non è la rosa che porto a te 

come la porpora che infiamma il mattino 
come la lama che scalda il tuo cuscino 
come la spina che al cuore si avvicina 
rossa così è la rosa che porto a te 

lacrime di cristallo l'hanno bagnata 
lacrime e vino versate nel cammino 
goccia su goccia, perdute nella pioggia 
goccia su goccia le hanno asciugato il cuor

portami allora portami il più bel fiore 
quello che duri più dell'amor per sé 
il fiore che da solo non specchia il rovo 
perfetto dal dolore 
perfetto dal suo cuore 
perfetto dal dono che fa di sè


Quando carica d'anni e di castità 
tra i ricordi e le illusioni 
del bel tempo che non ritornerà, 

troverai le mie canzoni, 
nel sentirle ti meraviglierai 
che qualcuno abbia lodato 
le bellezze che allor più non avrai 
e che avesti nel tempo passato 

ma non ti servirà il ricordo, 
non ti servirà 
che per piangere il tuo rifiuto 
del mio amore che non tornerà. 

Ma non ti servirà più a niente, 
non ti servirà 
che per piangere sui tuoi occhi 
che nessuno più canterà. 

Ma non ti servirà più a niente, 
non ti servirà 
che per piangere sui tuoi occhi 
che nessuno più canterà. 

Vola il tempo lo sai che vola e va, 
forse non ce ne accorgiamo 
ma più ancora del tempo che non ha età, 
siamo noi che ce ne andiamo 
e per questo ti dico amore, amor 
io t'attenderò ogni sera, 
ma tu vieni non aspettare ancor, 
vieni adesso finché è primavera.

Quando Vecchia sarete, la sera, alla candela,

seduta presso il fuoco, dipanando e filando,
ricanterete le mie poesie, meravigliando:
Ronsard mi celebrava al tempo ch'ero bella.

Serva allor non avrete ch'ascolti tal novella,
vinta dalla fatica già mezzo sonnecchiando,
ch'al suono del mio nome non apra gli occhi alquanto,
e lodi il vostro nome ch'ebbe sì buona stella.

Io sarò sotto terra, spirto tra ignudi spirti,
prenderò il mio riposo sotto l'ombre dei mirti.
Voi presso il focolare una vecchia incurvita,

l'amor mio e ‘l fiero sprezzo vostro rimpiangerete,
Vivete, date ascolto, diman non attendete:
cogliete fin da oggi le rose della vita

"Si racconta che il padre di Fabrizio, per alleviare alla moglie i dolori del parto, mise sul giradischi la Suite siciliana di Gino Marinuzzi e, mentre suonava il pezzo più celebre dell'opera, Valzer campestre, Fabrizio vide la luce. Anni dopo, venuto a conoscenza del fatto, De André vi aggiunse delle parole, ispirate ad un celebre sonetto di Pierre de Ronsard, Quand vous serez bien vieille (1578). Nacque così Valzer per un amore.

Il brano, così come il sonetto di de Ronsard, è un invito all'amata al "Carpe diem" oraziano, a cogliere la "bella giovinezza" finché è possibile, poiché la bellezza è effimera e destinata a spegnersi."


Caminito

foto di Nicola Il Gaz.    
     Caminito (in spagnolo: "sentiero", "stradina")
 è una celebre via-museo (sp.: calle museo) di Buenos Aires nel quartiere de La Boca, il quartiere di immigrati di origine soprattutto genovese. Si tratta di una delle principali mete turistiche della capitale argentina: la via è famosa per gli edifici variopinti in legno, ricostruiti negli anni cinquanta secondo un progetto del pittore Benito Quinquela Martín (1890 - 1977), progetto che si ispirò allo stile originario delle case popolari (conventillos) degli immigrati de La Boca (costruite agli inizi del XIX secolo) e che "convertì" il luogo, ormai in degrado, in un museo "a cielo aperto", inaugurato nel 1959. È l'unico museo all'aperto riconosciuto come tale in tutta l'Argentina.[6] Prima di diventare un museo all'aperto, la via aveva ispirato la melodia del celebre tango dal titolo omonimo, composta nel 1923 dal compositore boquense Juan de Dios Filiberto (1885 -1964): dal brano la via ha preso anche il suo attuale nome.        

 Origini del nome: il tango "Caminito" 
Un tempo, la via si chiamava Puntín, parola derivata dal dialetto genovese e che significa “piccolo ponte”. La via prese l'attuale nome di “Caminito” solo a partire dagli anni cinquanta per iniziativa del responsabile del progetto che convertì la strada in una via-museo, ovvero il pittore boquense Benito Quinquela Martín, che pensò di ribattezzare la stradina con lo stesso nome del celebre tango e questo perché la melodia del brano, composta nel 1923 dal suo amico Juan de Dios Filiberto, era stata ispirata proprio dal luogo; la stessa cosa non vale invece per le parole del brano, scritte (in parte nel 1903 e completate nel 1926) da Gabino Coria Peñaloza (1881 - 1975; al quale è stata dedicata una strada a Chilecito, pure questa chiamata "Caminito"), che non fanno riferimento alla via de La Boca, bensì sono state ispirate da un'altra via di nome "Caminito", situata nel villaggio di Malanzán, nella città argentina di Olta.



A media luz

Il racconto di un turista appassionato di tango... 
Ed appena arrivato andai alla ricerca dei luoghi cantati da Carlos Gardel, famosissimo cantante di tango e milonghe, idolo degli argentini. M'interessava sapere se al civico 348 di Corrientes, importante e trafficatissima avenida cittadina, ci fosse veramente quella casa d'appuntamenti descritta nel suo famoso tango A media luz: 
"Corrientes, tres cuatro ocho, 
segundo piso ascensor, 
no hay portero ni vecinos "
(secondo piano, salite tranquillamente, non c' è portiere né vicini curiosi) 
volevo vedere quella famosa "vitrola que llora" 
l'organetto che piange e quel "gato de porcelana porqué no maulle all'amor" quel gatto di porcellana perché uno vero, miagolando, avrebbe distratto dai giochi amorosi. 
Ma all'indirizzo non v'era alcuna "casa" bensi una affollatissima friggitoria. Allora mi diressi al caffé Garibaldi, nella vicina calle Florida, che sapevo ritrovo di anziani immigrati italiani. 
I pochi avventori ascoltarono il mio racconto con crescente sbigottimento e poi sbottarono in una sonora risata: non v'era mai stata una casa d'appuntamenti al 348 di Corrientes, nemmeno negli anni 20 e 30 quando Gardel aveva lanciato la canzone. 
Carlito (cosi lo chiamarono) s'era inventato tutto. 
Però, se m'interessava vedere qualcosa d' interessante potevo sempre andare alla Boca per vedere il "caminito" dell' altra famosa
 canzone di Gardel, Caminito” 
  A media luz...

il racconto di un turista appassionato di tango...
Ed appena arrivato andai alla ricerca dei luoghi cantati da Carlos Gardel, famosissimo cantante di tango e milonghe, idolo degli argentini. M'interessava sapere se al civico 348 di Corrientes, importante e trafficatissima avenida cittadina, ci fosse veramente quella casa d'appuntamenti descritta nel suo famoso tango A media luz:
foto di Nicola Il Gaz.

La stessa cosa accade in Avenida Juncal 1224: cambiano gli arredi, cambia lo stile di vita, ma l'amore sensuale è il medesimo
foto di Nicola Il Gaz.

L'impronta Italiana

 "La Patria lontana può essere presente ovunque l’uomo la ricordi e la sappia ricostruire”.

foto di Nicola Il Gaz.


L’elemento italiano nella poesia tanguera dal 1870 al 1930
Il tango fu la rappresentazione culturale, artistica, popolare più eloquente del mosaico di nazionalità che componeva il paesaggio umano di Buenos Aires a cavallo dei sec. XIX e XX. Miezcla milagrosa, frutto della molteplicità di apporti culturali, il tango, esperienza simbolico-espressiva tra le più feconde e più profondamente radicate nella comunità porteña, reca la traccia distintiva ed inconfondibile della presenza italiana. L’influenza che la comunità immigrata italiana ebbe nella formazione dei costumi e della cultura rioplatense fu superiore a quella di qualsiasi altra comunità. Tra il 1880 e il 1914 entrarono nel Paese 2.022.326 immigrati provenienti da distinte regioni dell’Italia che si sommarono ai molti che risiedevano già in loco. I primi vennero con Pedro Mendoza nella fallita fondazione del 1536, tra essi Leonardo Gribeo al quale una antica tradizione raccolta da Pastor Obligado attribuisce l’aver portato da Cagliari a Siviglia l’immagine della Vergine di Bonaria che diede nome alla città di Buenos Aires. Il censimento del 1895 dimostrò che nella città di Buenos Aires su un totale di 663.854 abitanti, 181.693, il 27,3% fossero italiani; 150.376, il 22,6% porteños; 121.461, il 18,1% bonaerensi; 80.352, il 12,1%, spagnoli; 46.524, il 7%, delle altre province del Paese di altre nazionalità quali: francesi, inglesi, tedeschi. Il censimento della popolazione del 1895 segnalò inoltre l’esistenza di 366.000 proletari dei quali 160.000 immigrati: napoletani ortolani, genovesi facchini, piemontesi muratori, calabresi pescivendoli, siciliani ciabattini , mescolati con gauchos inurbati, compadritos di periferia, in un’amalgama nella quale ebbe notevole importanza il conventillo. Come è noto, ogni opera letteraria, ogni contesto narrativo, presuppone un dialogo, una base discorsiva tra narratore e pubblico. Così i versi di un tango racchiudono un patrimonio di esperienze, nessi, valori negoziati o condivisi, facenti parte di un terreno comune. Più un tango è conosciuto, interpretato, inciso, tanto più è rivelatore della mentalità della comunità alla quale si rivolge.Veicolati dalla musica ed accompagnati dalla danza, i versi di tango furono persino in grado di abbattere i diaframma linguistici tra le varie classi sociali e diffondere espressioni che in altri contesti non avrebbero avuto accesso. Il lunfardo, argot creato nel secolo XIX in larga misura ad opera degli immigrati italiani dell’arrabal di Buenos Aires, da linguaggio occulto, metaforico, costruito a partire dallo scambio tra società carceraria, giovani e mondo dei lavoratori, giunse, per mezzo del tango, i cui testi e musiche furono in gran parte opera di compositori italiani o di origine italiana, a conquistare l’intera società, diffondendo ovunque italianismi: sostantivi, verbi, aggettivi provenienti in larga misura dall’italiano e dai suoi dialetti: ligure, piemontese, calabrese, napoletano, veneto, tra gli altri. Una semplice osservazione sull’ascendenza dei grandi artefici del Tango nella sua ultrasecolare esistenza, è prova sufficiente di tale affermazione. Discendenti diretti di italiani furono Francisco Canaro, Agustín Bardi, Roberto Firpo, David Rocatagliatta, Genaro Spósito, Vicente Greco, Julio De Caro, Osvaldo Fresedo, Carlos Di Sarli, Francisco Lomuto, Osvaldo Pugliese, Anibal Troilo, Pascual Contursi, Homero Manzione (Manzi), Enrique Maroni, Enrique Santos Discépolo, Lucio Demare, Juan de Dios Filiberto, Armando J. Taggini, Mario Battistella, Mario Melfi e centinaia e centinaia di altri creatori che forgiarono questa arte singolare del Rio De la Plata chiamato Tango. La presenza capillare dell’elemento italiano nelle letras de tango, la scelta identitaria che le connota, testimonia il rilievo che la lingua degli immigrati italiani ebbe nella formazione dell’immaginario collettivo dell’epoca, e nella costruzione della nuova identità urbana del Paese . Il lavoro di ricerca, che abbraccia l’epoca storica a cavallo tra i secoli XIX e XX, fase di modernizzazione economico sociale dell’Argentina, mette a fuoco una delle immagini più rappresentative del aluvión migratorio, quella appunto dell’ italiano, del tano, come comunemente veniva nominato, attraverso i testi che lo presentano o autorappresentano, per rintracciarne lingua, cultura, rapporto con la nuova realtà, sforzo di conservazione delle proprie radici. L'immigrazione italiana trapiantò nella geografia porteña e argentina la propria cultura mediterranea, i propri valori etnici peninsulari, esercitando nel contempo uno sforzo altrettanto significativo di integrazione. L’immigrato italiano, acriollandose, apprendendo le abitudini della sua nuova terra, elaborò nel tempo un senso di appartenenza alla nuova Patria. La scrittrice Cesarina Lupati, nel lontano 1910, documentando il suo viaggio a Buenos Aires, a proposito del barrio de la Boca, scrive : “E’ una cittaduzza che ha, senza saperlo, un nobile compito: quello di dare a noi italiani, a traverso uno spazio di seimila miglia, una visione di cose nostre, di farci sentire che la Patria lontana può essere presente ovunque l’uomo la ricordi e la sappia ricostruire”. Una esperienza significativa ancora e forse soprattutto oggi, per comprendere come a partire dalla diversità, dalla frammentazione etnica, si possa trovare comunanza di valori, un nuovo senso di appartenenza su cui edificare la convivenza. L’indagine compiuta sui testi di tango ha rivelato la fitta e ricorrente presenza di stereotipi, che rappresentavano l’alterità. Molti di essi furono impiegati proprio nei confronti dell’immigrato italiano, a testimoniarne la viva presenza in seno alla società porteña . L'elemento italiano presente nella musica del tango con strumenti: flauti, chitarre, violini, arpe, fisarmoniche, più tardi bandoneon, prodotti, suonati da italiani, è presente, come già ricordato, nella poesia del tango. Il lunfardo, argot di moltissime letras de tango reca l’impronta inconfondibile della lingua e dei dialetti italiani, la lingua dell’immigrato. Espressione simbolica forte di una società, emblema di una identità culturale, il tango fin dalle origini reca con sè una forte impronta italiana ed è per questa ragione, probabilmente, ancora oggi la sua musica, la sua danza incontrano proprio in Italia un folto pubblico di appassionati ed una gran proliferazione di luoghi, milonghe dallo stile porteño, una patria artistica, parafrasando Cesarina Lupati, ricreata, ricostruita sul modello di quella lontana.

Bandoneón

Io mi sono burlato di te perchè non ti ho capito nè ho compreso il tuo dolore
 Ho avuto la sensazione che il tuo canto crudele lo avevi rubato, bandoneón… 
Adesso capisco bene la disperazione che hai al gemere Sei un bruco che ha voluto essere farfalla prima di morire 
 Che bandoneon Lo spirito burlone del tuo suono, 
Che bandoneón, si impietosisce del dolore degli altri,
 e stringendo il tuo soffione dormiglione si accosta al cuore che soffre di più.



Uno dei grandi protagonisti del tango, amico devoto dei musicisti, confidente intimo delle anime solitarie e voce musicale dei cuori distrutti da incessanti patimenti amorosi, è il bandoneón. Questo strano strumento appena sbarcato in Argentina verso gli inizi del XX secolo, è riuscito subito a guadagnarsi un posto di rilievo nell'orchestra di tango amalgamandosi alla perfezione con gli altri timbri musicali e potendo svolgere in eccellente modo sia la parte di sostegno ritmico che quella di canto della melodia. Questo strumento però non è molto ben inquadrato nelle conoscenze dell'ascoltatore di tango, essendo spesso e volentieri confuso con un altro strumento simile sia come meccanica di funzionamento sia, al primo ascolto, come sonorità: la fisarmonica, conosciuta in ambito internazionale come accordeon. 
foto di Nicola Il Gaz.
strumento  inventato da Heinrich Band. musicista tedesco dell'800,  e chi se non El Gato, Pataleon, Astorcito, Astro Piazzolla, 
colui che ha fatto conoscere nel mondo questo strumento con la sua musica...

Ode au Tango




Loreena McKennitt

Non è un Tango, non è Argentino e la musica non viene dalla Grecia.
Deriva dalla musica Celtica ed ha come compositrice Loreena McKennitt, di origine Irlandese, nata in Canada, che è maestra d'arpa, compositrice, attrice e cantante.
Questo brano è nato come composizione solo strumentale e fu commissionata dal "National Film Board of Canada" per la colonna sonora di "The Burning Times".

Tango Greco
Musica Loreena McKennitt
Testo Haris Alexiou



Il nastro d’oro
che portava nei suoi capelli Nefeli
per risaltare dagli altri, lavorando nella vigna
da due piccoli, piccoli angeli
le fu rubato.

Due piccoli angeli
che nei loro sogni desideravano Nefeli
per darle da mangiare melograno e miele
cosi che lei non ricorda e dimentica ciò che vuole.
La ingannano.

I giacinti e gigli bianchi
rubano il suo profumo e lo indossano,
i cherubini le lanciano frecce
e la deridono.

Ma il buon Zeus
le porta l’acqua della felicità,
diventa nuvola e l’avvolge
in modo che non possano trovarla.

Due piccoli angeli
che nei loro sogni desideravano Nefeli
per darle da mangiare melograno e miele
cosi che lei non ricorda e dimentica ciò che vuole.
La ingannano.

Il nastro d’oro
che portava nei suoi capelli Nefeli
per risaltare dagli altri, lavorando nella vigna
da due piccoli, piccoli angeli

Milva e il Tango

Un'altra grande presenza nel tango, Maria Ilva Biolcati, 
conosciuta con il solo nome di Milva (Goro, 17 luglio 1939), è una cantante e attrice teatrale italiana. 
Milva nasce a Goro, un paese nel Delta del Po ferrarese. I suoi genitori volevano battezzarla Milva, ma il parroco li fece optare per il nome di Maria Ilva (poiché altrimenti la bambina non avrebbe avuto alcuna santa protettrice per l'onomastico).Soprannominata la pantera di Goro,è anche nota, grazie ai suoi capelli, come "La rossa". 
Le sue incursioni nel Tango sono state numerosissime, fin dagli anni 68/69 , è del 1998 un doppio live dal titolo El tango de Astor Piazzolla , suo grande amico. Astor , prima di morire, gli dedicherà anche il brano AVE MARIA , come la stessa Milva racconta: “Antes de morir me regaló una pieza y me dijo: 'cántala cuando sientas que es el momento” .                                                                                      

Tita Merello

Si dice di me,
si dice di me. 
Si dice che sono brutta 
che cammino come un attaccabrighe, 
che ho le gambe storte e che mi muovo 
con un’aria da furbacchiona 
che assomiglio a Leguisamo* 
il mio naso è appuntito 
la figura non mi aiuta 
e la mia bocca è una buca delle lettere.

Se parlo con Luis, con Pedro o con Juan, 
gli uomini chiacchierano di me. 
Mi criticano se ho perso la linea, 
controllano se vado, se vengo o se torno. 
Si dicono molte cose, 
ma se il pacchetto non interessa 
perché perdono la testa 
occupandosi di me.

So che molti che disprezzano la mia
compagnia, sospirano e soffrono quando 
pensano al mio amore. 
E più di uno si scioglie se sospiro 
e si bloccano se li guardo 
ansimando come una Ford.

Se sono brutta, 
supponiamolo, 
di questo ancora non mi sono accorta 
in amore, so solo io, 
che più di un tonto ho lasciato a piedi. 
Potranno dire, potranno parlare, 
e mormorare, e spettegolare 
ma la bruttezza che Dio mi ha dato 
molte donne l'hanno invidiata 
e non diranno che mi sono montata la testa 
perché sono sempre stata modesta. 
Io sono così.

E nascondono di me 
nascondono che ho 
occhi sognanti, 
e anche altre primizie 
che danno emozione. 
Se sono brutta so che in cambio 
ho una pelle da bambola 
quelli che dicono che ho le gambe storte 
non mi hanno vista in camicia da notte. 
Gli uomini criticano la mia voce, 
il modo di camminare, i vestiti, la tosse. 
Criticano se ho già perso la linea 
controllano se vado, vengo o torno. 
Si dicono molte cose, 
ma se il pacchetto non interessa 
perché perdono la testa 
occupandosi di me.

So che molti che disprezzano la mia
compagnia sospirano e soffrono quando 
pensano al mio amore. 
E più di uno si scioglie se sospiro 
e si bloccano se li guardo 
ansimando come una Ford.

Se sono brutta, supponiamolo, 
di questo ancora non mi sono accorta 
in amore, io solo so, 
che più di un tonto ho lasciato a piedi. 
Potranno dire, potranno parlare, 
e mormorare, e spettegolare, 
ma la bruttezza che Dio mi ha dato, 
molte donne me l’hanno invidiata. 
E non diranno che mi sono montata la testa perché sono sempre stata modesta. 
Io sono così.

Il testo è davvero divertente, una versione femminile di compadrito, presunta brutta ma con grande successo in amore, sicura di se e delle sue “armi” femminili, semi-indifferente alle critiche. Andando a caccia del testo ho scoperto (fonte: todotango) che fu originariamente scritto perché lo cantasse un uomo (Carlos Roldán) e poi è stato modificato "da donna" per farlo cantare a Tita Merello, che l'ha reso famosissimo (e qui forse si spiega perchè ha quest’aria “compadrita”).
Nella celebre interpretazione di Tita Merello (la grande cantante argentina scomparsa nel 2002) il brano diventa un vortice milonguero di crescente intensità e frenesia, la voce di Tita si sbizzarrisce in un gioco verbale vertiginoso e ammiccante, misto di spagnolo e di lunfardo. In una famosa scena del film Tango di Carlos Saura, si intravede in bianco e nero su uno schermo gigantesco sullo fondo una giovane Tita Merello che canta con una verve immensa questa canzone, circondata da un nugolo di persone, in una scena di film d'epoca, uno dei tanti che la resero famosa in sudamerica. Come Carlos Gardel, Roberto Goyoneche, Oscar Pugliese e moltissimi altri, Tita Merello è un'icona imprescindibile della cultura tanguera, un'immagine impressa a tinte indelebili nell'inconscio collettivo di un popolo intero. 

Cervello: emisfero destro e sinistro.

 
Cervello: emisfero destro e sinistro.

Scopriamo le principali funzioni, le caratteristiche e le differenze degli emisferi: il cervello poeta e il cervello ingegnere. Il cervello muta ed evolve grazie agli stimoli e alle esperienze a cui è sottoposto; per questa ragione è possibile parlare di cervello "plastico", da intendersi come una struttura dinamica. La sua parte anteriore è divisa in due emisferi, emisfero destro ed emisfero sinistro, i quali presentano significative differenze funzionali: così come il linguaggio è un aspetto caratterizzante della parte sinistra del cervello, la capacità di percepire in modo globale un quadro, una mappa o un insieme di immagini, cogliendo i rapporti presenti tra gli elementi che li compongono, è una dote tipica dell'emisfero destro. Il ruolo dominante dell'emisfero sinistro nei processi linguistici, sia scritti che orali, potrebbe erroneamente far pensare che questa zona abbia funzioni più importanti o "elevate" rispetto all'emisfero destro: numerosi studi hanno dimostrato invece come i due emisferi cerebrali presentino differenti specializzazioni, tutte fondamentali nella realizzazione dei processi cognitivi e nella costruzione del pensiero in senso lato. 
Cervello: ingegnere o poeta? 
A livello generale si può affermare che l' emisfero sinistro del cervello è "l'ingegnere": oltre ad essere specializzato nei i processi linguistici, è maggiormente competente in quelli sequenziali e nella percezione-gestione degli eventi che si susseguono nel tempo, come ad esempio la concatenazione logica del pensiero; in altri termini, il cervello ingegnere è maggiormente qualificato nella percezione analitica della realtà. L' emisfero destro, invece, è il "poeta", più specializzato nell'elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell'interpretazione emotiva; più sommariamente, al cervello poeta spetta la percezione globale e complessiva degli stimoli. La dominanza degli emisferi del cervello Un emisfero diventa dominante sull'altro quando svolge processi e funzioni che l' emisfero opposto non è in grado di gestire in modo altrettanto competente. Quando leggiamo, scriviamo o intavoliamo una discussione, la dominanza è riservata all' emisfero sinistro; al contrario quando disegniamo o guardiamo un'immagine, sarà l' emisfero destro ad avere dominanza su quello sinistro. Il cervello non va comunque inteso come scisso in due parti a se stanti: cervello poeta e cervello ingegnere sono strettamente connessi tra loro, caratterizzati da un continuo scambio di informazioni e messi in comunicazione tra loro da un grosso fascio di fibre nervose, il corpo calloso, che permette al cervello di integrare le elaborazioni delle varie aree. L'importanza dei due emisferi e della loro interazione è dimostrata dal fatto che una lesione delle aree cerebrali responsabili dei processi linguistici, causa una perdita della capacità di parlare o di comprendere il linguaggio, facendo sì che una persona, pur riconoscendo visivamente un oggetto e sapendolo usare, non sia ad esempio in grado di descriverlo o di attribuirgli un nome. Un deficit o una perdita di funzionalità a carico dell' emisfero destro può impedire al soggetto di riconoscere volti noti così come oggetti conosciuti; la persona in questione potrebbe essere perfettamente in grado di spiegare verbalmente ciò che vede senza sapere minimamente di che cosa si tratti (può descrivere una caffettiera parlando della sua forma, della sua grandezza, del manico, del colore senza però riuscire a risalire alla sua utilità). 
La dominanza varia anche in base allo scopo.
 
In pratica, nessuno utilizza sempre e solo funzioni appartenenti all'uno o all'altro emisfero; il cervello umano sfrutta entrambi gli emisferi e le corrispettive specializzazioni, anche se, a seconda delle varie situazioni, vengono predilette modalità analitiche piuttosto che emotive e globali. Inoltre, è importante sottolineare come una stessa funzione mentale possa essere di competenza dell' emisfero sinistro o di quello destro a seconda di ciò che si vuole ottenere: i musicisti percepiscono la musica in due modi differenti: se vogliono lasciarsi trasportare dal suono e verificarne l'armonia "ascolteranno", in modo inconscio, con l' emisfero destro; al contrario, se vogliono analizzare la melodia da un punto di vista tecnico interverrà, in modo automatico, l' emisfero sinistro.

Café Tortoni

...Vecchio Tortoni, rifugio fedele di amicizia con una tazza di caffè. 
In questo seminterrato oggi, la magia rimane la stessa e un folletto saluta alla porta...foto di Nicola Il Gaz.

Il Caffè Tortoni, è uno dei luoghi mitici di Buenos Aires che ben conserva la storia di quello che vi è “successo”, di chi “ci è stato”, e che invita a farvi visita per un tuffo nel passato. 
Prese il nome dall’omonimo locale parigino in Boulevard des Italiens, nel quale si riuniva l'élite della cultura parigina del secolo XIX. Fu inaugurato nel lontano 1858 dal francese Jean Touan. Nel 1879 passò a un altro francese, Monsieur Celestino Curutchet, promotore e amante di eventi culturali, che lo gestì fino al 1925. Curutchet venne descritto come...”il tipico vecchio saggio francese, minuto di corpo e forte di spirito, con il classico pizzetto allungato e occhi vivaci. Usava una cuffia araba di seta nera, quasi un personaggio da favola che aggiungeva un altro accento particolare alla fisionomia del posto”. Negli anni successivi il locale, situato in Avenida de Mayo 829, passò di mano in mano a vari impresari e gestori; poi la nuova società “Gran Café Tortoni” iniziò la sua attività il 1 novembre del 1956, ed è quella che continua ancora oggi. Ai suoi tavoli di rovere e sue calde pareti e in tutto lo spazio interno, ma anche nelle tovaglie, nel marmo verde si sedettero poeti, scrittori, letterati, pittori, cantanti ed altri selezionati personaggi come Jorge Luis Borges, Federico García Lorca, Raúl González Tuñón, Luigi Pirandello, Arturo Rubinstein, Alfonsina Storni o, Benito Quinquela Martín o, lo stesso Carlos Gardel, - per citarne alcuni -, e non ci sono solo testimonianze del loro passaggio negli oggetti e nelle fotografie che brillano sulle tavoli, nelle poltrone, nei quadri, nell'aria che si respira, che sembrano essere intrisi di quella 'charme' della belle époque porteña. Il suo aspetto interno, (quasi congelato nel tempo), conserva fedelmente il suo arredamento Art Noveau, dato dal suo secondo proprietario. In generale, l'architettura del Tortoni è un'eloquente manifestazione dell'eclettismo proprio della città, rappresentato chiaramente dai vari profili che ostenta il resto dell’Avenida de Mayo. Tutto lo spazio che circonda il caffè è una perfetta sintesi dello stile che proliferava nella Buenos Aires del primo centenario. Un posto con queste caratteristiche, non poteva prescindere dal Tango in tutte le sue espressioni: danza, musica, canto, poesia. È per questo motivo che ilTortoni conta ancora oggi su un interessante tabellone di spettacoli di tango tutti i sette giorni della settimana. Nel Tortoni ci sono sale per il gioco del domino, dadi e biliardo, e una grande sala dove è allestita una mostra d’arte permanente. La cantina del Cafè è ancora scenario di recital di tango, jazz, incontri di poesia e presentazioni di libri.



Tango 
Musica:
Eladia Blázquez
Testo:
Héctor Negro
Se me hace que el palco llovizna recuerdos,
que allá en la Avenida se asoman, tal vez,
bohemios de antaño y que están volviendo
aquellos baluartes del viejo Café.

Tortoni de ahora, te habita aquel tiempo.
Historia que vive en tu muda pared.
Y un eco cercano de voces que fueron
se acoda en las mesas, cordial habitué.

Viejo Tortoni.
Refugio fiel
de la amistad junto al pocillo de café.
En este sótano de hoy, la magia sigue igual
y un duende nos recibe en el umbral.

Viejo Tortoni. En tu color
están Quinquela y el poema de Tuñón.
Y el tango aquel de Filiberto,
como vos, no ha muerto,
vive sin decir adiós.

Se me hace que escucho la voz de Carlitos,
desde esta "Bodega" que vuelve a vivir.
Que están Baldomero y aquel infinito
fervor de la "Peña", llegando hasta aquí.

Tortoni de ahora, tan joven y antiguo,
con algo de templo, de posta y de Bar.
Azul, recalada, si el fuego es el mismo,
¿quién dijo que acaso no sirve soñar?

foto di Nicola Il Gaz.

Fabrizio De Andrè

  Valzer per un amore.... Si racconta che il padre di Fabrizio, per alleviare alla moglie i dolori del parto, mise sul giradischi la Suite siciliana di Gino Marinuzzi e, mentre suonava il pezzo più celebre dell'opera, Valzer campestre, Fabrizio vide la luce. Anni dopo, venuto a conoscenza del fatto, De André vi aggiunse delle parole, ispirate ad un celebre sonetto di Pierre de Ronsard, Quand vous serez bien vieille (1578). Nacque così Valzer per un amore. Il brano, così come il sonetto di de Ronsard, è un invito all'amata al "Carpe diem" oraziano, a cogliere la "bella giovinezza" finché è possibile, poiché la bellezza è effimera e destinata a spegnersi.

« Quando Vecchia sarete, la sera, alla candela,
seduta presso il fuoco, dipanando e filando,
ricanterete le mie poesie, meravigliando:
Ronsard mi celebrava al tempo ch'ero bella.

Serva allor non avrete ch'ascolti tal novella,
vinta dalla fatica già mezzo sonnecchiando,
ch'al suono del mio nome non apra gli occhi alquanto,
e lodi il vostro nome ch'ebbe sì buona stella.

Io sarò sotto terra, spirto tra ignudi spirti,
prenderò il mio riposo sotto l'ombre dei mirti.
Voi presso il focolare una vecchia incurvita,


l'amor mio e ‘l fiero sprezzo vostro rimpiangerete,
Vivete, date ascolto, diman non attendete:
cogliete fin da oggi le rose della vita. »


Quando carica d'anni e di castità 
tra i ricordi e le illusioni 
del bel tempo che non ritornerà, 

troverai le mie canzoni, 
nel sentirle ti meraviglierai 
che qualcuno abbia lodato 
le bellezze che allor più non avrai 
e che avesti nel tempo passato 

ma non ti servirà il ricordo, 
non ti servirà 
che per piangere il tuo rifiuto 
del mio amore che non tornerà. 

Ma non ti servirà più a niente, 
non ti servirà 
che per piangere sui tuoi occhi 
che nessuno più canterà. 

Ma non ti servirà più a niente, 
non ti servirà 
che per piangere sui tuoi occhi 
che nessuno più canterà. 

Vola il tempo lo sai che vola e va, 
forse non ce ne accorgiamo 
ma più ancora del tempo che non ha età, 
siamo noi che ce ne andiamo 
e per questo ti dico amore, amor 
io t'attenderò ogni sera, 
ma tu vieni non aspettare ancor, 
vieni adesso finché è primavera.

Quella del Tango

Come spesso accade per le poesie d’amore, le canzoni sentimentali o i romanzi rosa, anche per buona parte dei tanghi, dietro le poche ma intense parole del testo, si cela una storia vissuta, sentimenti profondi, si nasconde la voglia dell’autore di sfogarsi raccontando tutto il suo dolore. Questo senz’altro è ciò che accadde per il il bellissimo brano Tabaco, nato dai patimenti amorosi del suo autore, il celebre paroliere del tango José María Contursi. 
Figlio d’arte, il padre infatti era il mito Pascual Contursi, già a metà degli anni trenta José era considerato una promessa del mondo del tango, in un momento dove questa musica stava entrando nel periodo più fecondo e popolare, l’Epoca de Oro, ossia gli anni ’40. La coincidenza che innescò il turbine degli eventi e che ci permette ancora oggi di assaporarne i suoi frutti, fu l’incontro durante una audizione a radio Stentor tra Contursi, già famoso e osannato, ed una giovane ragazza di Cordoba, in vacanza a Buenos Aires: Susana Gricel Viganò. 
Fu amore a prima vista, almeno per lei, ma questo ancora non bastò, in quanto era necessaria un’ulteriore coincidenza. 
Quando Dio non vuole mettere la propria firma lascia che gli uomini chiamino quel che succede coincidenze. Qualche anno più tardi, il 1941, Contursi si ammala e dietro consiglio del proprio medico decide di recarsi in convalescenza nella salubre terra di Cordoba, lasciando a Buenos Aires la moglie e la figlioletta di pochi anni. Le amicizie in comune tra Contursi e Gricel fanno si che il giovane poeta venga ospitato a casa della famiglia della ragazza, fattasi ancora più bella e forse ancora più innamorata. A questo punto i due protagonisti sono ormai imprigionati nel solco del destino e la loro storia d’amore piena di passione, tenerezza e rimorsi comincia a fluire, oltre che nei loro cuori anche nelle carte di Contursi. 

L’amore tra Contursi e Gricel è profondo, sincero, è amore vero, almeno per la giovane ragazza che vede nell’irresistibile poeta il primo ed unico uomo della sua vita. Per Contursi invece le cose sono molto più complicate, infatti a Buenos Aires l’aspetta la moglie e la figlia, ed il legame con la famiglia è profondo ed indissolubile. Infatti da loro non riuscirà mai a staccarsi, vivendo patimenti amorosi e rimorsi per la vita mancata e per tutto il male fatto a Gricel. Da questa storia tormentata nasceranno altri bellissimi tanghi quali En esta tarde gris, Gricel, Milonga de mis amores. Griciel ormai ha la vita ed il destino segnato, infatti è da tutti conosciuta come “quella del tango”, il tango Gricel appunto scritto da Contursi nel 1942 e divenuto uno dei più famosi brani dell’epoca. Contursi infatti non si fa molti scrupoli nel pubblicare, con musica del talentuoso Mariano Mores, i testi delle lettere scritte alla ragazza di Cordoba, rendendo di fatto di pubblico dominio il tradimento di lui e l’impurezza di lei. Il ricordo dell’amore tra Contursi e Gricel ha un altro importante testimone, proprio nel cuore di Buenos Aires. Una bellissima e storica milonga, Il Club Gricel appunto, che è tappa obbligata per tutti i milongueros (persone che vanno alla milonga). Il Club Gricel è un luogo magico dove si è saputo ricostruire l’atmosfera delle milonghe tradizionali, dove l’incontro tra atmosfera popolare e rispetto delle regole di convivenza riesce perfettamente a creare la magia del tango. 

Milonga

Milonga 
Entro piano raso muro pe evità l'impatto duro 
con il tempio dei tangueri quelli finti e quelli veri. 
Sguscio fino al tavolino poi me siedo a capo chino. 
La mia amica mi rimbrotta: "Sei vestita da.. educanda. 
Vedi cara, 'sto leopardo non se sposa col lunfardo." 
"Col lun-ché?" -je faccio io- "Ma pemmé me sta da dio. 
E poi vedi, tanguerina, qui ballamo a Tiburtina: 
questo tango è un po' romano poco furbo e ridanciano. 
Non cell'ha quella tristezza quella pallida amarezza 
di chi lascia proprio tutto casa, figli e moglie in lutto 
pe' trovà n po' de fortuna perché si' anche sua la luna. 
Questo tango è un po' datato pigro grasso e pensionato. 
Quindi se te va tu balla ma nun te la sentì calla, 
non ce sta il disoccupato l'uomo triste e desolato. 
Ce sta spesso il rosicone l'arrivista, il gran marpione, 
chi avrebbe voluto assai e nun s'accontenta mai. 
Ma tu lasciami parlare non sentire e va a ballare. 
Non ci sei sulla mia via, 'sta tristezza è solo mia.

F.Dell'Unto

La Cumparsita

La disputa sulla paternità del tango è impossibile da dirimere. Come in ogni musica popolare le sue radici affondano nei sentimenti e nella vita della gente comune e non nei versi dei poeti. E’ impossibile dire quando un ritmo comincia a definirsi, quando una delle sue infinite varianti si impone come un nuovo genere. Ma La Cumparsita è una musica che ha avuto un’origine precisa: è nata da un uruguaiano e nel 1997 è stata proclamata inno popolare e culturale uruguaiano e gli uruguaiani non tollerano usurpazioni. Pensate che alle Olimpiadi di Sidney nel 2000 la rappresentanza argentina, avendo osato marciare al ritmo della Cumparsita causò un incidente diplomatico con il governo uruguaiano, che ne contestava l'uso in una parata ufficiale da parte degli argentini. 

Se proprio ci interessa stabilire un primato cronologico, dobbiamo riconoscere che il primo tango divenuto celebre oltre i confini del Rio de la Plata, l’icona stessa del tango prima di Piazzolla, il famosissimo La Cumparsita, è stato scritto e musicato da un compositore uruguaiano e suonato per la prima volta proprio a Montevideo. Anche il nome La Cumparsita è legato a questa città. La sua prima versione fu infatti composta nel 1916 da un giovane studente della facoltà di architettura all'università di Montevideo, Gerardo Hernan Matos Rodriguez, detto El Becho, nell’atmosfera fumosa della sala da ballo del Club Nacional de Football, e venne eseguita per la prima volta nella Confitería La Giralda, un bar collocato nel centro di Montevideo. Il circolo studentesco che si riuniva al Club Nacional de Football si chiamava La Comparsa , come i gruppi di ballerini e musicisti che aprono il carnevale di Montevideo con le loro sfilate caratterizzate dall’eredità musicale degli afrodiscendenti, ancora presenti nella capitale uruguayana. 

Che abbia ragione la poetessa Idea Vilariño, una delle figure più celebri della cultura uruguaiana, quando nel prologo di una raccolta di testi di tango scrive: "Los intelectuales argentinos que se ocupan del tema.... confunden el tango con Buenos Aires, con la porteñidad y parecidas abstracciones, olvidando la enorme proporción de uruguayos y otros provincianos que estuvieron en los orígenes y en el desarrollo del tango, desdeñando tener en cuenta que en otras ciudades de esta área cultural, como recuerda Vidart, se dieron las mismas etapas, los mismos fenómenos, los mismos fervores, paralela, contemporánea, y, aún, precedentemente". 

Quando una donna balla davvero

"Una donna diventa davvero brava a ballare quando chiude gli occhi e si gode quello che accade. Sente la guida dell’uomo, la percepisce nel corpo, la parola è assente. Ma ogni volta che sente una indecisione dell’uomo, si ferma, attende, non balla. E’ come se la donna offrisse all’uomo uno dei suoi canali più peculiari: quello recettivo, aperto, attento, sensibile, e questo canale va protetto, gestito, ascoltato dall’uomo se questo vuole che lei balli per lui. Allora la donna si permette l’abbandono che però non è mai un lasciare andare il proprio peso su quello dell’uomo bensì un responsabile concedersi, un po’ gelosa della propria capacità di ascoltare, pronta a fermarsi se il sapore della danza viene perso. Il risultato di tutto questo, è l’eleganza, nel suo significato archetipico. Una donna che balla bene può essere giovane, anziana, bellissima, insignificante, ma solo quando è ferma. Quando balla queste caratteristiche vengono scalzate dall’eleganza, il modo in cui disegna a terra con la punta del piede, la leggerezza che trasmette al ballerino in primo luogo, ma anche a chi guarda e rimane stregato. Questa eleganza sottile, leggera e un po’ altera è generata dalla profonda adesione a questo ruolo femminile che non è solo donna (perché in ogni donna alberga sempre una parte maschile) ma è qualcosa di più, forse l’essenza della femminilità stessa, di quel mondo lunare passivo e pure misterioso che può stregare e incantare un uomo forse proprio perché l’uomo assapora qualcosa che non gli appartiene, che non capisce, che lo rapisce con intensità. Si sa, nel Tango è l’uomo che conduce e la donna che segue ma è un seguire con un sorriso leggero come dire “Attento! Fai uno sbaglio, e non sarò mai più tua…” e con questo leggero ricatto un po’ vezzoso e un po’ serioso, si dipana la danza e la coppia diventa un’anima che si muove, completa di ogni sentire umano, autonoma, nello spazio della musica. La bellezza è ora movimento, attesa, ritorno, malinconia in un occhio che piano si chiude, eccitazione in una coscia che sfiora la gamba dell’uomo con irresistibile lentezza, pretenziosità quando per due secondi (ebbene sì, accade) la donna prende il comando e fa una “barrida” spostando il peso dell’uomo, come a dire “ricordati che io sono qui, non sono solo la tua bambola”. Sogno, quando a occhi chiusi il ballerino ti dondola piano in una pausa intensa e silenziosa della musica… e questa bellezza ha poco a che fare con la bellezza del corpo o con l’età. E’ come se questo canale che si apre ci lasciasse vedere un profumo leggero, invisibile altrimenti. “Ma sarò tua solo per questi tre minuti, ti donerò tutta la mia sensibilità se sarai bravo e te la meriterai. E poi, forse, ci rincontreremo se la mia pelle cercherà ancora la tua”
Massimo Habib

Un po di noi

La Milonga del Giovedì Reggio Emilia
Nicola Il Gaz e Teresa a ruoli invertiti


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